Quello di Djokovic è un caso isolato, che ovviamente ha enorme risonanza ma non è rappresentativo del popolo dei non vaccinati. Ci sono ben pochi ricchi tra coloro che non hanno la copertura e comunque sono molti meno delle persone che invece hanno problemi economici. Ma sono pochi anche i laureati che non hanno ricevuto nemmeno una somministrazione. I “maestri” del pensiero No Vax, medici, ex medici, professori, sedicenti scienziati e magari pure filosofi convincono soprattutto persone con un livello di istruzione più basso e in generale in posizione di svantaggio socio economico.
La foto di gruppo di coloro che non hanno ancora fatto il vaccino, per parte dei quali cioè gli over 50 partirà l’obbligo, l’ha fatta il Dipartimento di epidemiologia (Dep) della Regione Lazio, in uno studio pronto per la pubblicazione.
Per ogni laureato non vaccinato ce ne sono tre con il diploma di scuola media inferiore
Il campione considerato sono tutti gli abitanti del Lazio che hanno più di 35 anni, circa 3,5 milioni di persone. Si è scelta questa soglia di età per essere sicuri di trovare cittadini che hanno concluso gli studi. La copertura vaccinale osservata è quella del 22 dicembre, quando circa il 10,3% della popolazione della regione non aveva fatto nemmeno una dose. Questo dato tra l’altro è in linea con quello attualmente registrato a livello nazionale.
Il Dipartimento di epidemiologia ha analizzato la popolazione a seconda del titolo di studio, dell’indice di deprivazione e della nazionalità. Il risultato è che “la percentuale di non vaccinati è più alta negli stranieri, in particolare tra coloro che sona nati nei Paesi ad alta pressione migratoria, nei meno istruiti, nei residenti in sezioni di censimento più deprivate”.
I numeri fanno capire quali siano le proporzioni. A parità di genere “le persone con basso titolo di studio hanno il 40% di rischio maggiore di non essere vaccinate rispetto ai laureati”. Visto che i laureati nella popolazione sono di meno, nel Lazio oggi per ogni non vaccinato con la laurea ce ne sono quasi 3 con basso titolo di studio, cioè con al massimo il diploma di scuola media inferiore. A spiegarlo è Marina Davoli, direttore del Dep.
“I residenti in sezioni di censimento più deprivate – è scritto ancora nello studio – hanno un rischio di essere non vaccinati del 30% maggiore rispetto a chi appartiene ad una posizione socioeconomica più avvantaggiata”. L’indice di deprivazione alto significa che queste persone sono disoccupate, vivono in condizione di solitudine e in zone ad alta densità abitativa e non in case di proprietà. Visto il dato si può dire che ogni 100 cittadini non vaccinati benestanti ce ne sono 130 che invece hanno problemi socio economici.
Con gli stranieri invece il rischio diventa addirittura 3 volte maggiore, cioè ogni 100 italiani non vaccinati ce nel Lazio ce ne sono 300 stranieri, in particolare che arrivano da Paesi ad alta pressione migratoria.
Vaccinare è ridurre le disuguaglianze
“La vaccinazione – spiega Marina Davoli – è un intervento che ha una grossa potenzialità nel ridurre le disuguaglianze. Adesso aumentare le coperture vuol dire proteggere le persone più deboli e vulnerabili, visti i risultati del nostro studio. Tra l’altro anche nel Lazio è dimostrato che a parità di infezione i non vaccinati hanno un rischio di mortalità oltre 7 volte maggiore rispetto ai vaccinati con ultima dose entro i 120 giorni”. L’assessore alla Salute del Lazio Alessio D’Amato aggiunge che il vaccino “è un’arma formidavile per abbattere le distanze sociali. I cattivi maestri spesso non lo comprendono. Noi da sempre spingiamo per vaccinare, siamo tra le Regioni a livello europeo con le maggior coperture. Se tutti avessero fatto la vaccinazione l’Italia sarebbe in zona bianca e avremmo molta meno pressione sugli ospedali. I non vaccinati se si ammalano rischiano decorso serio. Ed anche anche più drammatico se pensiamo che si tratta di persone con difficoltà socio economiche”.
Chi fu colpito nelle prime ondate
Ma la situazione socio economica pesa anche sulla malattia, come ha chiarito nella sua ricerca il Dep. A Roma sono emerse disuguaglianze sia nell’incidenza che nella mortalità a 30 giorni dall’infezione, molto elevate alla fine dell’anno scorso. “Nella prima ondata, da marzo a maggio 2020, l’incidenza era significativamente più alta per le persone con alto livello di istruzione (laurea), rispetto alle persone con livello più basso (scuola dell’obbligo)”, spiega sempre Davoli. Questo succedeva perché all’inizio “non si conoscevano il virus e le sue modalità di trasmissione. Quindi l’incedenza era più alta tra persona con livello di istruzione elevato, che si spostano di più e in generale hanno una vita sociale più attiva”.
Quando invece si è capito di più del coronavirus le cose si sono ribaltate. “Se per quanto riguarda la mortalità, già nella prima ondata si erano osservati dati più alti tra le persone con basso titolo di studio. Da settembre a dicembre 2020, il contagio si è spostato soprattutto sui deprivati e il differenziale della mortalità è diventato ancora più evidente. Infatti, rispetto ai residenti con un alto livello di istruzione, gli adulti con un basso livello di istruzione hanno avuto un rischio di infezione del 25% più elevato e un rischio di morire a 30 giorni dall’infezione più alto del 43%”. Evidentemente “chi aveva un livello culturale più alto ha saèputo e potuto adottare i comportamenti meno a rischio”.
