“Ci dispiace, non possiamo dare disponibilità sul territorio, siamo in attesa di ricoverare il paziente. Arrivederci”. Fine telefonata. L’aria della sera comincia a pizzicare. Davanti all’Ospedale Sant’Andrea di Roma, nella periferia nord della Capitale, si contano 11 ambulanze. Meno del giorno prima, quando hanno raggiunto la cifra record di 23, con attese fino a 30 ore per riuscire a “liberare” i pazienti dalle anguste prigioni su quattro ruote.
Covid, nel Lazio 11.905 (-2.150) nuovi casi. Undici i decessi. “Potenziati i drive in per studenti sono 37”
Stavolta le cose vanno meglio, se così si può dire. “Sono qui da 10 ore, non va nemmeno così male”, scherza uno degli operatori sanitari. “Ho passato tutto il turno così. La centrale operativa ci cerca, chiede mezzi, ma noi dobbiamo restare qui. È la routine, ormai”.
(franceschi)
La Regione Lazio ha deliberato l’ennesimo aumento di posti letto Covid, per fronteggiare il boom di ricoveri. “I letti si liberano con estrema difficoltà, e noi dobbiamo aspettare” prosegue l’addetto appoggiato alla sua ambulanza, quasi una seconda casa. “I problemi abbiamo ricominciato a registrarli a ottobre, novembre – continua – ma prima non dovevamo aspettare così tanto per un posto. È tutto cambiato dal primo gennaio, rischiamo il collasso se andiamo avanti così”.
Il cellulare dell’infermiere squilla di nuovo. È ancora la Centrale operativa del 118. Dall’altra parte dell’apparecchio l’operatore cerca di capire i tempi. Servono automezzi per coprire emergenze cittadine. Ma quei mezzi sono lì, fermi davanti al Sant’Andrea, così come lo sono negli altri grandi ospedali di Roma: Policlinico Gemelli, Umberto I, San Camillo, Pertini, San Giovanni. Il 118 ne conta circa 50 in stallo ogni giorno.
Ambulanze ferme, bloccate, in attesa di “sbarellare”, appunto, ovvero di portare i pazienti all’interno del Pronto Soccorso. E in quei mini reparti di pochi metri quadri, accanto agli infermieri, ci sono i pazienti: Covid, non-Covid, incidentati, cronici riacutizzati. “Ci troviamo pure a litigare coi no vax – sospira un altro operatore sanitario – sono i peggiori. Ci insultano, non vogliono la maschera dell’ossigeno durante il tragitto per l’ospedale, nonostante facciano fatica a respirare. E dopo mezz’ora di attesa dentro l’ambulanza, ricominciano con le offese, dichiarandosi come dei prigionieri”.
L’assalto dei No Vax al Parlamento: “Il 15 gennaio marceremo su Roma”
E quando finalmente i pazienti riescono ad accedere ai Pronto Soccorso, comincia un’altra odissea, quella del boarding: l’ennesima attesa, ancora in barella, che può andare avanti per giorni, prima di riuscire ad ottenere un posto letto, uno vero, all’interno del reparto di destinazione.
